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Minnesota Study [In: D.M. Garner & P.E. Garfinkel (eds.) (1997).
Handbook of treatment for Eating Disorders. New York: Guilford]

Uno dei più importanti passi avanti nella comprensione dei disturbi alimentari è il riconoscimento che una restrizione
dietetica marcata e prolungata, può portare a serie complicanze fisiche e psicologiche.
Molti dei sintomi un tempo creduti
caratteristiche primarie dell’anoressia nervosa sono in realtà sintomi di denutrizione.
La migliore esemplificazione degli effetti della dieta restrittiva e della perdita di peso sul
comportamento, è fornita da uno studio sperimentale condotto circa 50 anni fa e pubblicato nel 1950
da Ancel Keys e dai suoi collaboratori all’Università del Minnesota. L’esperimento riguardava l’attenta
valutazione di 36 giovani, sani, psicologicamente normali, di sesso maschile, sottoposti a una restrizione
del loro introito calorico per un periodo di 6 mesi.
Durante i primi 3 mesi dell’esperimento, i volontari mangiarono normalmente mentre il loro
comportamento, la loro personalità e le loro abitudini alimentari venivano studiati in dettaglio. Nei 6
mesi successivi, i partecipanti ricevettero circa la metà del precedente introito alimentare e persero, in
media, circa il 25% del loro peso precedente. I 6 mesi di perdita di peso furono seguiti da 3 mesi di
riabilitazione, durante i quali gli uomini che avevano partecipato all’esperimento vennero gradualmente
rialimentati. Un sottogruppo venne seguito per circa 9 mesi dall’inizio della rialimentazione.
Sebbene le risposte individuali alla perdita di peso variassero considerevolmente, tutti gli uomini
manifestarono notevoli modificazioni fisiche, psicologiche e sociali. Ciò che rende lo “studio del
digiuno” (come viene comunemente indicato) così importante è il fatto che molti dei sintomi osservati
nei volontari, sono in realtà gli stessi sperimentati da pazienti che presentano disturbi alimentari. Per
rendere ciò più comprensibile viene riportato di seguito un riassunto dei cambiamenti osservati nello
studio del Minnesota.
Modalità di pensiero e comportamenti correlati al cibo e all’alimentazione
Una delle modificazioni più rilevanti comparse nei volontari era l’aumentata preoccupazione nei
confronti del cibo. Gli uomini manifestarono una crescente difficoltà di concentrazione nelle loro
attività usuali perché occupati da pensieri ossessivi relativi al cibo e all’alimentazione. In differenti fasi
del semidigiuno e della riabilitazione, aumentarono nei soggetti la frequenza media di preoccupazioni
relative al cibo, così come comparve un contemporaneo declino dell’interesse volto alle altre attività
sociali e alla sessualità. Il cibo divenne un elemento preponderante di conversazione e di lettura, sul
quale fantasticare.
Oltre ai libri di cucina e alla raccolta delle ricette, alcuni degli uomini cominciarono anche a
collezionare utensili, piatti e altri oggetti da cucina. La collezione si estese anche ad oggetti non correlati
al cibo. Un uomo cominciò anche a rovistare tra gli avanzi nei bidoni dei rifiuti. Questa stessa tendenza
generale a collezionare, è stata osservata in pazienti anoressiche malnutrite e in animali da esperimento
privati dal cibo.
Durante il semidigiuno, le abitudini alimentari dei volontari presentarono delle notevoli
modifiche. Gli uomini passavano la maggior parte del loro tempo pianificando come avrebbero
mangiato la loro porzione di cibo. Molti dei loro comportamenti erano funzionali allo scopo di
prolungare il pasto. Gli uomini spesso mangiavano in silenzio e dedicavano l’attenzione totalmente al
consumo di cibo. Chiedevano che il loro cibo fosse servito caldo e facevano insolite misture
mescolando i cibi insieme. Vi fu anche un marcato incremento nell’uso di sale e spezie. Il consumo di
caffè e the aumentò così drammaticamente che agli uomini dovette essere posto un limite massimo di 9
tazze al giorno; in modo simile vi fu un marcato incremento nell’uso di chewing-gum che dovette essere
limitato dopo aver scoperto che un uomo ne masticava almeno 40 pacchetti al giorno, provocandosi un
forte dolore alla mandibola per questo continuo esercizio.
Le abbuffate
Durante la fase di dieta restrittiva dell’esperimento, tutti i volontari riferirono un marcato aumento della
fame. Alcuni sembravano capaci di sopportare l’esperienza abbastanza bene, ma per altri la fame
rappresentava una marcata preoccupazione e portava a una completa perdita di controllo. Alcuni
uomini non erano capaci di seguire le loro diete e riferirono episodi di abbuffate seguiti da un marcato
senso di colpa o episodi di iperalimentazione con introiti quotidiani che arrivavano anche a 8-10.000
calorie.
Pertanto, il fatto che le abbuffate alimentari fossero prodotte sperimentalmente in alcuni di
questi giovani normali, dovrebbe mettere seriamente in discussione le varie ipotesi relative ai disturbi
psicologici quale causa primaria di abbuffate nei pazienti con disturbi alimentari. Questi risultati sono
sostenuti da un vasto numero di ricerche che indicano come coloro che abitualmente si mettono a
dieta, mostrino la stessa ipercompensazione alimentare (abbuffate) osservata nei disturbi alimentari.
Le modificazioni emotive e di personalità
Sebbene prima dell’esperimento i volontari fossero psicologicamente in perfetto stato, la maggior parte
di loro manifestò un significativo deterioramento emotivo, come conseguenza del digiuno. La
depressione divenne più grave nel corso dell’esperimento. Occasionalmente, veniva osservato uno stato
di eccitazione, ma era inevitabilmente seguito da “periodi negativi”. Sebbene nel periodo precedente al
digiuno i volontari avessero dimostrato una notevole tolleranza, irritabilità e frequenti scoppi d’ira
divennero comuni; per la maggior parte di loro l’ansia divenne più marcata. Con il progredire
dell’esperimento, molti degli uomini che in precedenza erano calmi, cominciarono a mangiarsi le unghie
o a fumare perché si sentivano nervosi. L’apatia divenne comune ed alcuni uomini divenuti abbastanza
pignoli, trascuravano aspetti dell’igiene personale.
La somministrazione dell’MMPI rivelò che il digiuno aveva portato a un significativo
incremento delle scale relative a Depressione, Isteria e Ipocondria.
Le modificazioni sociali e sessuali
Il digiuno ebbe un impatto straordinario sul comportamento sociale della maggior parte dei volontari.
Sebbene in principio fossero tutti socievoli, gli uomini divennero progressivamente più ritirati e isolati.
L’umore e il senso di cameratismo diminuirono con il crescere del senso di inadeguatezza sociale.
Durante il digiuno, i contatti sociali dei volontari con le rappresentanti dell’altro sesso diminuirono
nettamente. Analogamente, gli interessi sessuali si ridussero in maniera drastica; le fantasie sessuali e gli
impulsi sessuali cessarono o divennero meno comuni.
Le modificazioni cognitive
Durante il digiuno i volontari riferirono una compromissione della concentrazione, della prontezza,
della comprensione e della capacità di giudizio; comunque, test formali per l’intelligenza non rivelarono
alcun segno di diminuite capacità intellettive
Le modificazioni fisiche
Dopo sei mesi di digiuno continuo i volontari manifestarono molte modificazioni fisiche, inclusi:
disturbi gastrointestinali, riduzione del sonno, vertigini, emicranie, ipersensibilità al rumore e alla luce,
riduzione della forza, scarso controllo motorio, edema, perdita di capelli, diminuita tolleranza per il
freddo, disturbi della vista (ad es., incapacità di messa a fuoco, dolori agli occhi, scotomi), disturbi
uditivi (ad es., acufeni) e parestesie (ad es., sensazioni di formicolio o puntura, soprattutto nelle mani e
nei piedi). Diversi tra questi cambiamenti riflettevano un globale rallentamento dei processi fisiologici
del corpo. Vi furono diminuzioni della temperatura corporea, della frequenza cardiaca e respiratoria,
così come del metabolismo basale (MB).
La ricerca recente ha mostrato come l’attività metabolica sia notevolmente ridotta anche tra
coloro che fanno una dieta, pur senza ottenere un marcato calo ponderale. Di notevole interesse sono
le modifiche nel grasso corporeo e nella muscolatura durante la fase del digiuno e della rialimentazione.
Mentre il peso scese del 25%, la percentuale di grasso corporeo scese di circa il 70% e la muscolatura
del 40%. Durante la rialimentazione, la maggior proporzione del “nuovo peso” era grasso. Comunque,
il peso corporeo e il relativo grasso corporeo dei volontari del Minnesota tornarono ai livelli precedenti
l’esperimento dopo circa 9 mesi di rialimentazione.
L’attività fisica
In generale, i volontari risposero al digiuno con la riduzione dell’attività fisica. Essi divennero stanchi,
svogliati e apatici e si lamentavano di una mancanza di energia. Comunque, secondo Keys: “Alcuni
uomini talora facevano spontaneamente esercizio fisico. Alcuni di loro tentavano di perdere peso attraverso periodi di
eccessivo consumo energetico, al fine di ottenere un aumento delle razioni di pane…..o di evitare una ulteriore riduzione
delle razioni”. Tale comportamento è simile alla pratica di alcuni pazienti con disturbi alimentari che
pensano che solo allenandosi moltissimo possono permettersi di mangiare un po’ di più. La differenza è
che nei soggetti con disturbi alimentari le limitazioni caloriche vengono autoimposte.
Il significato dello “Studio del digiuno”
Come appare evidente dalle precedenti descrizioni dell’esperimento del Minnesota, molti dei sintomi
che potrebbero essere stati immaginati come specifici dell’anoressia e della bulimia nervosa, sono in
realtà la conseguenza della denutrizione. Questi sintomi non si limitano al cibo e al peso, ma si
estendono teoricamente a tutte le aree del funzionamento psicologico e sociale. Per tale ragione, poiché
molti sintomi che sono stati ipotizzati essere causa di questi disturbi possono in realtà derivare dal
digiuno, è assolutamente essenziale che il peso ritorni a livelli “normali” perché sia possibile una
corretta valutazione psicologica.
Una delle implicazioni più notevoli dell’esperimento del Minnesota è il suo essere in netto contrasto
con il pensiero comune che il peso corporeo sia facilmente modificabile se una persona esercita
semplicemente un po’ di “forza di volontà”. Esso dimostra anche che il corpo non è semplicemente
“riprogrammabile” ad un livello inferiore una volta che vi sia stata una perdita di peso. La dieta
sperimentale dei volontari fu inutile nei confronti della forte propensione dei loro corpi nel difendere
un particolare livello di peso. Ancora, è importante enfatizzare che dopo i mesi di rialimentazione, i
volontari del Minnesota non scivolarono nell’obesità. Mediamente, essi guadagnarono nuovamente il
loro peso originale con il 10% in più; quindi nei 6 mesi successivi il loro peso gradualmente diminuì,
fino ad arrivare pressappoco allo stesso livello di peso precedente l’esperimento.